La Tokyo che non si vede (ma si sente). Tra Hanami e vintage
Ritrovo alle 9. Ci aspetta Loris. Lo seguo da anni su Instagram e l’anno scorso avevo fatto una call con lui per avere qualche dritta per il primo viaggio in Giappone. Mi ero trovata bene, così questa volta gli ho chiesto di guidarci per una giornata. Una Tokyo diversa.
Ci incontriamo, presentazioni veloci, un caffè per noi e un tè per lui.E si parte. Inizia a raccontarci dei sakura, dei primi ciliegi ornamentali. Del fatto che in realtà non esistevano così in natura: sono innesti, selezioni fatte dall’uomo. Ci parla delle loro caratteristiche, ma soprattutto del significato dell’hanami per i giapponesi.
È un modo per ricordarsi che siamo di passaggio. Che nulla è per sempre.E che anche se un momento può sembrare simile… non sarà mai lo stesso. Mi sale un magone improvviso.Gli occhi si riempiono, ma mi trattengo.
Poi si passa alla storia.
Periodo Edo, apertura del Giappone, rivoluzione dell’Ottocento, cambiamenti profondi. Camminiamo e ascoltiamo rapiti.
Arriviamo al giardino Rikugien. Una meraviglia. Un grande ciliegio piangente secolare ci accoglie, poi laghetti, tartarughe, silenzi. Ci fermiamo per una pausa tè. Dolcetti perfetti, quasi dispiace mangiarli. Loris ci spiega velocemente la cerimonia: come si gira la ciotola, come si beve, i quattro sorsi. È un gesto semplice, ma diventa un rituale.
Proseguiamo.
Passiamo davanti a un tempio e lì ci spiega una cosa bellissima: in Giappone le persone sono sia shintoiste che buddhiste. Non è una scelta. È naturale. Vanno al santuario shintoista per le preghiere più “veloci” e materiali: salute, lavoro, soldi, scuola,e poi vanno al tempio buddhista per qualcosa di più profondo: gli antenati, i defunti, la parte spirituale. Due mondi che convivono, senza conflitto.
Ormai siamo in confidenza.Parliamo, ci raccontiamo, facciamo anche domande più personali. A un certo punto mi racconta un po’ del giro fatto la settimana prima settimana pria con Dardust. E io impazzisco. Lo adoro! Se non lo conoscete, andate ad ascoltare le sue composizioni. Perché hanno dentro esattamente questo tipo di atmosfera. Sospesa. Profonda. Un po’ come questo viaggio.
Continuiamo a camminare e arriviamo in un quartiere completamente diverso. Una zona di anziani, con botteghe ferme agli anni ’50-’60. Niente turisti. Solo vita vera. Stupendo. Entriamo in una piccola cucina casalinga piena di gente. Mangiamo ostriche fritte, sashimi, verdure. Bontà pura.
Riprendiamo a camminare e troviamo il negozio di mutande rosse più grande del Giappone. Ci spiega che sono simbolo di fortuna e lunga vita, soprattutto per gli anziani. Ridiamo. Poi arriviamo davanti a un tram storico, l’ultimo rimasto a Tokyo. Vintage, perfetto.
Saliamo e ci spostiamo verso Yanaka Ginza, una delle poche zone rimaste con l’anima della vecchia Tokyo. È proprio come me la immaginavo. Compriamo dei kimono usati… 3 euro. Avevamo detto basta shopping. Ma come si fa?
Guardiamo i gatti finti sui tetti, entriamo in un bar di design super curato, beviamo un caffè buonissimo. Poi andiamo al santuario Nezu, con i suoi torii rossi e dedicato a Inari, la divinità legata alla prosperità. Otto ore volano. Si sente quanto Loris ami questo paese. Ci vive da 14 anni, e si percepisce in ogni parola. È ora di salutarci.
Facciamo ancora qualche fermata insieme, poi lo ringraziamo e ci dividiamo. Restiamo un attimo sospesi. Felici. Grati. (Zia pola innamorata persa).
Decidiamo di andare verso il santuario Meiji, immerso nel verde nel cuore della città… ma oggi è chiuso. Ma come è possibile, se non chiude mai? Vabbè.
Ripieghiamo su Takeshita Street, la via più colorata e folle di Harajuku. Piena di ragazzi, moda estrema, zuccheri e caos.Ci sentiamo improvvisamente vecchi.Siamo stanchi. Gli zaini pesano. Torniamo verso Asakusa, dove ci aspetta una nuova esperienza: un capsule hotel. Minimal, essenziale, super organizzato. Scendi al piano sotto, trovi il tuo armadietto con pigiama, asciugamani e ciabatte. Lasci il resto lì. Doccia. E poi sali nella tua capsula. Dentro hai solo lo stretto necessario. Tiri la tendina. Silenzio. Rispetto. Siamo divisi, uomini e donne. La capsula è più grande di quanto immaginassi. Ci sto comoda. Ci mandiamo un selfie.
Ci vediamo domani.
























