Undicesimo giorno: acqua bollente, yukata e sogni giapponesi a Kinosaki Onsen
Dopo un po’ di casino in stazione, inizia la giornata con una scena surreale: all’ufficio informazioni un ragazzo, probabilmente preso dal panico per il suo inglese zoppicante, ci ignora totalmente. Non uno sguardo, non una parola. Noi gli parliamo e lui fa finta che non esistiamo! Noi lì con i nostri problemi sui biglietti… e niente. Per fortuna due capotreno gentilissimi corrono in nostro aiuto e in pochi minuti sistemano tutto. Ringraziamo.
È arrivato il momento di rilassarci un attimo. Forse. Direzione: Kinosaki Onsen. Un piccolo gioiello nel cuore del Giappone, famoso per le sue terme e soprattutto per una cosa: accetta persone tatuate, anche molto tatuate, a differenza di molti altri luoghi termali. Appena arriviamo in stazione, ci accoglie una fontana d’acqua calda da bere. La assaggio: è salatissima e caldissima. Attraversiamo il paese, ed è subito colpo di fulmine: botteghe, caffè minuscoli, ryokan eleganti, lanterne, ruscelli, terme per i piedi ovunque. Me ne innamoro follemente. Mi pento all’istante di aver prenotato solo due notti (anche perché ho scoperto che a breve distanza c’è una delle spiagge più belle del Giappone)
Saluto tutti, chiudo baracca e mi trasferisco qui. Deciso.
Kinosaki ha più di 1300 anni di storia come città termale. Anticamente era meta di pellegrinaggio per monaci e samurai in cerca di guarigione e tranquillità. E ancora oggi sembra tutto sospeso nel tempo: le case in legno, le lanterne, perfino la stazione ti sussurra “rallenta”. Ed è impossibile non farlo. Arriviamo al nostro ryokan — le locande tradizionali giapponesi con stanze in tatami, futon, pareti di carta di riso e ospitalità impeccabile. Lasciamo le valigie, esploriamo un po’ e ci rilassiamo facendo pediluvi caldi lungo il fiume, in assoluto relax. I nostri piedi distrutti ci ringraziano in silenzio. Torniamo in struttura per il check-in: ci spiegano dove trovare lo yukata, ci mostrano la stanza e ci consegnano il pass per entrare gratuitamente nei sei onsen pubblici del paese. Felicissimi, ci beviamo un tè verde in camera e ci cambiamo. Ci dicono di considerare tutto il paese come un grande ryokan all’aperto, quindi di girare liberamente in yukata e zoccoli di legno (geta). Detto fatto: via le scarpe, pronti per le terme. (Ci divertiamo a fotografarci così conciati e perfettamente a nostro agio.) Gli onsen sono separati per genere e seguono un preciso rituale: prima ci si lava benissimo, tanto, tantissimo, di più ancora, si insaponano anche i capelli, e poi ci si sciacqua. Tanto. Moltissimo. Solo dopo si può entrare nell’acqua calda (ovviamente nudi), che varia dai 47 ai 60 gradi, a seconda della sorgente. Ci si sta pochi minuti (impossibile resistere di più), ma l’effetto sul corpo è immediato. E quando si esce, non ci si risciacqua più: l’acqua termale continua a lavorare sulla pelle. In Giappone, l’onsen non è solo un bagno, è un rituale quasi spirituale. Un momento di cura profonda, silenziosa, condivisa. Ne visitiamo due: uno è anche all’esterno, dentro a una caverna. Magico. Ovviamente niente foto (i telefoni sono vietati), e niente chiacchiere. Il silenzio è d’obbligo, e io adoro questa cosa: è il contrario delle terme italiane dove ormai sembra di stare al luna park. Torniamo al ryokan, perché qui la cena viene servita prestissimo: alle 17:20 in punto arriva la nostra kaiseki, ovvero una cena tradizionale composta da tante portate stagionali, pensate per esaltare estetica, gusto e ritmo. Seduti sul tatami, ci godiamo ogni dettaglio. Un’esperienza raffinata e intima. Dopo cena facciamo una passeggiata. Il paese è ancora più poetico di sera: i ponti, il fiume, le lanterne accese, le voci basse. Troviamo anche una sala giochi vintage con flipper vecchissimi e bellissimi: ci divertiamo come bambini. Rientriamo in camera, con l’idea romantica di giocare a carte per chiudere la serata con calma. “Denny, dove sono le carte?” “In valigia!” “Quale valigia? Qui non ci sono…” Insomma, convintissimi di averle portate, e invece niente. Molto probabilmente le abbiamo spedite ad Osaka insieme alle valigie grandi. Pazienza. Ridiamo, sbuffiamo, e ci buttiamo nel futon. L’acqua bollente ci ha distrutti, ma nel modo migliore possibile. Questo posto era proprio quello che ci voleva: per rallentare, respirare, lasciarsi andare. Per riposare davvero.
















