A piedi sulla Nakasendo: tra boschi, silenzi e orsi
Non ho dormito un cazzo. (Come succede troppo spesso nell’ultimo anno.) Qui, complici anche il futon troppo basso e il cuscino di semi, duro come un mattone, che mi distrugge i cervicali.
Quindi mi sveglio prima del previsto. Anzi, ci svegliamo tutti prima del previsto. Ci prepariamo e la priorità è una sola: caffè. Troviamo un posticino carinissimo, con profumo di brioche che esce dalla porta e ci invita ad entrare. Entriamo senza pensarci due volte. Paghiamo tipo con un lingotto d’oro — ma vabbè — e siamo pronti. Si parte.
Oggi facciamo il trekking da Magome a Tsumago, lungo la Nakasendo. Un sentiero tra boschi, piccoli villaggi e silenzi che ti riportano indietro nel tempo. Appena partiti troviamo subito un cartello: attenzione orsi. Perfetto. Ci immergiamo nel paesaggio.
Piccole case, giardini, poi boschi con cipressi altissimi, ruscelli, cascate, piccoli ristori lungo la via. Poco dopo essere partiti passiamo accanto al giardino di un signore. C’è un cartello scritto a mano che dice di fare attenzione, perché lui è anziano e non riesce più a curarlo come una volta. Ci fa una tenerezza incredibile. Ogni tanto troviamo delle campanelle da suonare per allontanare gli orsi. E ovviamente ci divertiamo a suonarle a turno, come bambini. E lungo la strada ci sono anche piccole bottigliette d’acqua lasciate lì, per i viandanti. Prendi, lasci qualche yen… e vai. Nessuno controlla. Si fidano.
Il silenzio è totale. Non c’è nessuno. E capiamo subito che partire presto è stata la scelta migliore.
Camminiamo e immaginiamo questa strada com’era un tempo. Le persone, i passi, le storie che passavano di qui. Dopo circa dieci chilometri arriviamo a Tsumago, un altro villaggio perfettamente conservato, che sembra fermo nel tempo proprio come Magome. Ci fermiamo per un caffè, ci sediamo un attimo e aspettiamo l’autobus che ci riporterà indietro. Una volta tornati a Magome, ci concediamo un udon caldo che ci rimette al mondo. Esattamente quello che ci voleva. Riprendiamo la macchina.
E si riparte.
Andiamo in direzione Shibu Onsen, una piccola cittadina termale storica nella prefettura di Nagano (Olimpiadi invernali del ’98.)
Siamo tra le montagne, a circa 800 metri di altitudine, e si sente subito: l’aria è frizzante, fresca. Lungo la strada iniziamo a vedere i tubi da cui esce vapore caldo: le sorgenti scorrono sotto terra e riaffiorano così, tra le case e lungo la strada.È incredibile. Arriviamo che è ormai sera. Il paese è piccolo, quasi tutto chiuso, ma ha qualcosa di particolare. Un’atmosfera sospesa, un po’ fuori dal tempo. A me piace, a Den meno.
Passiamo davanti a un ryokan famosissimo, quello che ha ispirato Miyazaki per La città incantata. Il Kanaguya: illuminato, scenografico, sembra davvero uscito da un film. Restiamo lì qualche minuto a guardarlo.
Poi raggiungiamo la nostra pensioncina. I proprietari sono di una gentilezza estrema. La struttura è un po’ ferma nel tempo, ma accogliente e pulita. E sì, anche stasera futon. Io incrocio le dita. Usciamo subito per cercare qualcosa da mangiare. Sono già le 19 e qui (in Giappone) chiude tutto prestissimo. Fortunatamente troviamo un posto ancora aperto. Menu semplice: karaage, il famoso pollo fritto giapponese, croccante fuori e succoso dentro, gyoza e una birra media a testa. Mangiamo felici. E quando arriva il conto… ridiamo. In Italia con quella cifra forse mangi due pizze. Forse.
Rientriamo in hotel, prepariamo le valigie che spediremo a Tokyo e poi via, in yukata, verso l’onsen all’aperto della struttura. Si affaccia sul bosco. Fuori è freddo, buio, silenzioso. Dentro, l’acqua è bollente. Qui, come a Shibu Onsen, le acque sono solforose. Quindi sì… sanno di uova marce. Ma dicono che facciano benissimo alla pelle. Ti immergi e senti tutto il corpo che si scioglie; anche la tensione. Ti scaldi, ma non solo fuori. Mi dispiace non avere foto, perché sono posti bellissimi, ma giustamente è vietato.
Rientriamo in camera, stanchi e ristorati. Io crollo. Ci si aggiorna domani.






















