Giorno 3: Ine- il Giappone più silenzioso e vero
Sto scrivendo questo racconto mentre guardo il sole sorgere. Sono seduta su una poltrona appoggiata sul tatami, in camera. C’è silenzio. Tutti dormono.
La tazza di caffè fuma tra le mani, e fuori dalla finestra il paesaggio è qualcosa di irreale.
La piccola Ine si sta risvegliando lentamente.
I gabbiani cantano, qualche pescatore si muove sul molo, e il sole inizia a illuminare piano l’acqua della baia.
Sembra tutto sospeso.
Come se il tempo si fosse fermato, o almeno rallentato abbastanza da potersi accorgere davvero di ogni cosa.
E in questo momento penso solo una cosa:
vorrei riuscire a trattenere questa sensazione per sempre.
Siamo arrivati qui ieri pomeriggio, dopo un lungo viaggio in macchina che ci ha portati ad attraversare il Giappone in larghezza.
La strada scorreva insieme alla musica a palla e ai racconti di vita, tra una risata e un silenzio.
Per pranzo ci siamo fermati in un piccolo ristorante trovato per caso lungo la strada, uno di quei posti dove entri senza sapere cosa aspettarti e poi capisci subito di essere nel posto giusto.
Facevano soba con tempura, e intorno a noi solo giapponesi. I soba freddi erano serviti su un vassoio da intingere in una salsa altrettanto fredda, semplice ma piena di sapore.
E poi, alla fine, arriva la sorpresa: una piccola pentolino con lo sobayu, l’acqua di cottura dei noodles. La versi nella salsa rimasta, la allunghi, e la bevi calda.
Un gesto semplice, ma bellissimo nella sua essenzialità.
Le sister osservano tutto con gli occhi pieni di stupore, ancora incredule davanti alla gentilezza delle persone e a questi piccoli rituali che sembrano così lontani dal nostro modo di vivere.
Riprendiamo il viaggio e, prima di arrivare a destinazione, facciamo una deviazione per Amanoashidate, uno dei tre panorami più famosi del Giappone.
Una lingua di sabbia ricoperta di pini che attraversa la baia, così perfetta da sembrare disegnata.
Facciamo una breve passeggiata sul mare, poi prendiamo la lift chair per salire in cima.
Ridiamo come bambini su quella seggiolina sospesa nel vuoto, e una volta arrivati ci fermiamo a guardare il panorama dall’alto, con un caffè in mano e il vento che ci attraversa.
Poi si riparte.
Arriviamo a Ine nel tardo pomeriggio.
C’è ancora gente, ma sono quasi tutti turisti giapponesi in giornata. Si sente che il paese sta per tornare al suo ritmo naturale.
Salutiamo gli host e saliamo nel nostro appartamento, una delle tipiche funaya, le case dei pescatori costruite direttamente sull’acqua, con il piano inferiore una volta usato per le barche e quello superiore per vivere.
Entriamo e rimaniamo senza parole. Una stanza enorme con grandi finestre affacciate sulla baia, e una più piccola con i futon.
Fuori, il mare.
Le sister ci lasciano la stanza grande — e noi ringraziamo senza farci pregare troppo.
Usciamo subito.
Voglio vedere questo posto con la luce che cala.
Ine è un piccolo villaggio di pescatori rimasto sospeso nel tempo, dove tutto sembra muoversi più lentamente. Le case in legno affacciate sull’acqua, consumate dal tempo, si fondono con i colori del mare.
Per un attimo sembra una fotografia in bianco e nero.
Camminiamo senza fretta, lasciandoci attraversare da questo silenzio pieno.
E io, ovviamente, sono già completamente innamorata di questo posto; di questo Giappone più introspettivo, più silenzioso, meno conosciuto.
Rientriamo e troviamo la cena pronta.
Gli host hanno preparato un pasto incredibile: shabu shabu di pesce, sashimi freschissimo, sushi.
Per Barbara, tofu e riso declinati in ogni modo possibile.
Il pesce è stato pescato quella mattina.
Si sente.
Perfino Paola, che di solito non mangia pesce crudo, mangia tutto con gusto.
Con il calare della sera, Ine si spegne.
Non ci sono locali, non ci sono caffè aperti, non c’è nessuno per strada.
Eppure non è vuoto.
Hai la sensazione che la vita sia tutta dentro quelle case, nelle funaya illuminate, protetta, raccolta.
Saliamo in camera.
Apriamo una birra.
Restiamo lì, in silenzio, guardando il mare che si muove appena sotto di noi.
Il suono dell’acqua entra piano dalla finestra.
Ci avvolge.
E per un attimo, sembra che non serva davvero nient’altro.











