Il ritorno in Giappone: tra jet lag e ramen
Partiamo da Venezia con China Eastern. Devo dire, compagnia niente male: siamo seduti in fondo e abbiamo un sacco di spazio per le gambe, che già da solo vale il viaggio. Il cibo è buono, i film decisamente meno, ma alla fine in volo passa tutto.
Facciamo scalo a Shanghai per qualche ora e io ne approfitto per fare una doccia bollente in aeroporto. Da quando ho scoperto questa cosa, per me è diventata fondamentale se c’è: è come se mi togliesse di dosso anni di stanchezza in pochi minuti.
Ripartiamo e atterriamo sull’acqua a Osaka. Io e Denny ci guardiamo e abbiamo la stessa identica sensazione: sembra di non essere mai andati via.
Siamo distrutti, dopo più di 26 ore in giro, ma abbiamo troppa voglia di iniziare. Lasciamo le valigie in hotel e usciamo subito. Nelle stazioni facciamo i primi timbri nei nostri goshuin (i libri per i timbri), un piccolo rito che ci riporta immediatamente dentro al viaggio.
Andiamo dritti nella via dei grossisti per ristoranti e, nel giro di mezz’ora, Denny e Barbara hanno già comprato sette coltelli. Annamo bene.
Proseguiamo verso Dotonbori e lì succede qualcosa di bellissimo: le “sister” diventano due bambine. Ridono, si stupiscono, guardano qualsiasi cosa come fosse la prima volta (beh, in effetti lo è). Colori, suoni, insegne enormi, caos organizzato… tutto le affascina.
Nel frattempo dobbiamo anche gestirle, parlano ad alta voce e si fermano in mezzo alla strada: classico primo impatto giapponese.
Facciamo assaggiare loro i takoyaki: Barbara, come previsto, boccia subito per via del pesce, mentre zia Paola è entusiasta.
A un certo punto, in mezzo a tutto quel casino, svoltiamo e finiamo a Hozenji Yokocho. Una viuzza stretta, lanterne accese, piccoli ristoranti e un tempio nascosto. Ed è lì che il Giappone inizia davvero a farsi vedere, quello più intimo, più particolare.
Verso le sette di sera il corpo inizia a cedere. Siamo cotti. Così usciamo dalle zone più turistiche e ci infiliamo in una via dove sembra non esserci niente. E invece, proprio lì, riconosco la macchinetta per ordinare il ramen.
Tutto scritto in giapponese. Perfetto.
Prendiamo due ramen e due tsukemono. Barbara mi guarda e mi chiede perché, tra tutti i posti “belli” (turistici) visti poco prima, ho scelto proprio quello. Le rispondo solo: “vedrai”.
Entriamo. Sette posti a banco, cucina a vista, silenzio e profumo di brodo. Dopo pochi secondi mi guarda e dice: “ok, ora capisco”.
Mangiamo benissimo, anche se le porzioni “medium” sono gigantesche per noi. Usciamo soddisfatti, finalmente caldi e con quella sensazione di aver trovato qualcosa di vero.
Passiamo al combini sotto l’hotel per prendere maschere per piedi e occhi e poi crolliamo. Dormita pesante, di quelle che ti rimettono al mondo.
La mattina dopo ci svegliamo riposati, colazione veloce al combini e via verso il noleggio auto. Ho prenotato un van cubo japan style: enorme, comodissimo, perfetto per affrontare i prossimi giorni.
Le sister sono emozionatissime, e noi siamo felici di vederle così. Facciamo tutta la parte burocratica con un omino che parla solo giapponese e noi che rispondiamo “hai” (si in giapponese) a caso… ma in qualche modo funziona.
Saliamo sul nostro super mezzo e partiamo verso la prossima meta.
E in mezzo a tutto questo, una sensazione chiara: non siamo tornati. Stiamo continuando quello che abbiamo lasciato.
Qui stiamo bene. Siamo felici e siamo grati.














