Tra gabbiani, geta e granchi
Ero rimasta all’alba.
Poi piano piano la casa si sveglia. Nel silenzio di Ine facciamo colazione nella nostra funaya, preparata dalla proprietaria che parla qualche parola di italiano. Colazione giapponese significa una cosa molto semplice: pesciolino al mattino.
Paola è un po’ titubante al primo impatto… ma poi, boccone dopo boccone, le piace. Come spesso succede qui. Finito di mangiare, la proprietaria ci accompagna nella funaya accanto. Ci aspetta una piccola barca per vedere la baia di Ine dall’acqua.
L’aria è fresca, la luce ancora timida sulle funaya. Alcune sono vecchissime, segnate dal tempo e dal mare. Guardarle da fuori, dalla baia, fa un effetto diverso. Più vero; la vivi come la vivono loro; i pescatori.
Al ritorno i gabbiani ci seguono, sfiorano l’acqua, ci girano attorno. È uno di quei momenti che non si riescono a spiegare.
Torniamo a terra, passiamo in una sakagura e compriamo del sakè prodotto lì, poi tappa veloce in stazione per il timbro.
È già ora di ripartire. Prima di lasciare Ine, però, sentiamo il bisogno di lasciare qualcosa anche noi. Regaliamo ai proprietari una calamita del rifugio. La accolgono con una gratitudine disarmante.
E qualche giorno dopo scopriamo, da un loro post, che quel piccolo gesto ha lasciato un segno: la proprietaria ha scritto che le abbiamo fatto tornare in mente quando studiava a Firenze, e quanto le manca l’Italia. Piccole connessioni che attraversano il mondo.
Decidiamo di non prendere la strada più veloce, ma quella panoramica. Scelta perfetta. La strada corre alta sulle scogliere, il Mar del Giappone si infrange sotto di noi con spruzzi potentissimi. In alcuni punti ci sono surfisti giapponesi in attesa dell’onda giusta. Scogliera dopo scogliera, rimaniamo in silenzio, incantati.
Dopo qualche ora arriviamo a Kinosaki Onsen. Noi ci siamo stati l’anno scorso e ce ne siamo innamorati. Era impossibile non portarci le sister.
Kinosaki è una piccola cittadina termale famosa per i suoi sette onsen pubblici, alimentati da sorgenti che arrivano direttamente dalle montagne. L’acqua è bollente, naturale, e sembra scioglierti tutto addosso. Ci si muove liberamente indossando lo yukata, come se tutto fosse un unico grande ryokan a cielo aperto.
Entriamo nel nostro alloggio — che profuma di sigarette e anni ’70 — e sistemiamo le cose. Vestiamo le sister con gli yukata e le portiamo subito verso la prima terma. Uomini e donne separati.
Prima di entrare spiego loro tutto il rituale: come ci si lava, come ci si comporta, cosa significa davvero questo momento per i giapponesi. All’inizio sono titubanti, soprattutto all’idea di spogliarsi completamente. Poi entrano.
E lì cambia tutto. Dopo il primo onsen, non le fermiamo più.
Passiamo il pomeriggio così, tra bagni caldi e negozietti, mentre una cosa ci accompagna ovunque: il suono delle geta sull’asfalto — i sandali tradizionali in legno — che fanno toc toc mentre tutti camminano per il paese. Diventa quasi una musica di sottofondo, continua, ipnotica.
Alle sei viene servita la cena kaiseki nel ryokan, la cucina tradizionale giapponese fatta di tanti piccoli piatti, curati nel minimo dettaglio. Prima è una bellezza per gli occhi, poi un’esplosione di sapori. Sashimi, miso soup, granchio bollito… tutto perfetto.
La sera usciamo a fare due passi. Il paese si svuota dai turisti giornalieri e resta solo la sua anima più vera: le lanterne accese sui ponti, i salici lungo il fiume, il suono delle geta che risuona nella notte.
Il giorno dopo decidiamo di prendercela con calma e dividerci. Ci rivedremo la sera.
Unico appuntamento: alle 10:30 in stazione. C’è la “sagra del granchio”: duecento porzioni gratuite di zuppa di granchio e un bicchierino di sakè. Ma quanto sono fighi??? E che culo abbiamo?Questa zona è famosa per il granchio Matsuba, una varietà di granchio delle nevi (per il colore della carne e per l’habitat freddo) che viene pescata nel Mar del Giappone proprio davanti a queste coste. La stagione migliore è tra l’autunno e l’inverno, quando il granchio è più ricco e saporito, ed è diventato uno dei simboli gastronomici di Kinosaki. Facciamo la fila ordinata, mangiamo tutto felici come bambini e poi torniamo ognuno ai propri giri. Tra un uovo tamago — cotto lentamente nelle acque termali (che bontà)— e un onsen hopping continuo.
Facciamo un salto al tempio, dove prendiamo l’incenso più buono mai trovato in tutta l’Asia! Shopping di calzini tabi colorati. Un bicchiere di vino naturale (i giapponesi amano il vino naturale) che costa come tutta la vacanza (ma dettagli). E poi finiamo in una sala giochi di un vecchietto che parla solo giapponese e ci spiega le regole di un gioco con il fucile giocattolo che come pallottole usa pezzi di tappi di sughero… ovviamente sempre in giapponese.
Ridiamo tantissimo.
Denny abbatte sette statuine e vinciamo un cerchietto luminoso e un anello che si illumina. Premi discutibili, felicità altissima.
La sera ci ritroviamo, ci raccontiamo le giornate davanti a cena. Siamo stanchi, lessi dai bagni caldi, ma profondamente soddisfatti. Torniamo in camera. Fuori piove. Dal futon ascoltiamo il suono della pioggia. E ci addormentiamo così, con quella sensazione piena che solo certi giorni riescono a lasciare.













