Tra Okayama e Kurashiki: il Giappone profondo
Impostiamo il navigatore — santo Apple CarPlay — in italiano, e io inizio il mio mantra della giornata: “ricordati di stare a sinistra”.
Guidare a Osaka pensavo mi avrebbe messo ansia, invece è una sorpresa continua. La strada scorre sopraelevata in mezzo ai grattacieli, tutto è ordinato, fluido, quasi ipnotico. Ti senti dentro una scena.
Partiamo direzione Kurashiki, ma con una tappa prima. Piove, fa freddo, e la guida è lenta, tranquilla: in autostrada nessuno supera i 90 all’ora. Ci fermiamo per un caffè in autogrill e poi ripartiamo, uscendo dopo un paio d’ore verso strade più piccole, dove iniziamo davvero a guardare.
Le sister sono incantate dalla pulizia. Non è solo ordine, è qualcosa di più: camion lucidissimi, strade perfette, tutto sembra curato con un rispetto quasi rituale. Qui pulire non è solo pulire, è un modo di stare al mondo.
Arriviamo a Okayama sotto una pioggia insistente e ci infiliamo nei poncho. Davanti a noi si apre il Korakuen, uno dei tre giardini più belli del Giappone (un’altro l’avevamo visto a Kanazawa l’anno scorso), nato secoli fa per essere attraversato lentamente, come una sequenza di paesaggi. Di fronte, il castello nero osserva in silenzio imponente.
I colori sono ancora quelli di fine inverno, spenti ma profondi. L’erba ha una tonalità ocra uniforme, quasi irreale. Ci sono risaie, campi da tè, gru giapponesi. Tutto è curato in modo quasi ossessivo, ma senza mai risultare artificiale. Lasciamo le sister libere di esplorare, mentre noi ci prendiamo il tempo di camminare piano, in silenzio, immaginando questo posto in primavera e poi in autunno. Deve essere qualcosa di incredibile.
Ripartiamo e arriviamo a Kurashiki nel tardo pomeriggio. Il nostro hotel, l’Ivy Square, è una vecchia fabbrica tessile riconvertita: mattoni, edera, una bellezza un po’ industriale ma calda, accogliente.
Nonostante la pioggia, usciamo subito. Questo posto lo aspettavo da mesi e non riesco a fermarmi. I negozi stanno chiudendo, le lanterne si accendono, il canale riflette le luci e gli ombrelli illuminati. Siamo anche capitati nella settimana del festival delle luci, e tutto è ancora più magico. C’è silenzio, un silenzio che avvolge.
Per cena troviamo quasi per caso una scala con delle insegne. Saliamo e scopriamo un minuscolo ristorante di due ragazzi. Ci togliamo le scarpe e ci sediamo ai tavoli bassi, quelli che sembrano scomodissimi e invece sono perfetti. Il menu è tutto in giapponese, e questo per noi è sempre un buon segno.
Ordiniamo senza capire troppo: tofu, pollo, gyoza croccanti, tonkatsu, cappesante con uova di salmone (Barbara schifata), melanzane fritte. Arrivano piatti uno dopo l’altro, tutto è incredibilmente buono, pieno di gusto. Continuiamo a ordinare, il ragazzo ci guarda un po’ perplesso, ma noi non riusciamo a fermarci. Quando arriva il conto rimaniamo quasi spiazzati per quanto poco spendiamo.
Torniamo in hotel con la pancia piena e la testa leggera e ci ricordiamo del sento. Il bagno pubblico giapponese. Avevo chiesto prima se potevamo entrare con i tatuaggi e mi avevano detto di no, ma non ero convinta avessero capito bene. Così riproviamo, e questa volta ci dicono di sì.
Mi infilo lo yukata e scendo. Penso di trovare tutto vuoto, invece è pieno: per i giapponesi è un rito serale fondamentale. Entrare lì dentro cambia qualcosa. Ti togli le scarpe, i vestiti, ma soprattutto quello che ti porti addosso dalla giornata. Ti lavi lentamente, in silenzio, con una cura quasi meditativa. Poi entri nell’acqua bollente e il corpo si arrende subito. Bastano pochi minuti e tutto si scioglie.
Risalgo in camera con quella sensazione rara di essere esattamente dove dovrei essere.
Peccato che alle quattro del mattino il jet lag decida di svegliarmi. Rimango lì, a fissare il soffitto, guardo Denny dormire profondamente e lo invidio, mi giro, mi rigiro, finché verso le sei e mezza riesco a riaddormentarmi. La sveglia suona, ma la ignoro senza sensi di colpa. Dormo ancora.
Ci alziamo tardi e decidiamo di separarci dalle sister, così ognuno può seguire il proprio ritmo. Ci rivedremo la sera.
C’è il sole e Kurashiki è completamente diversa. Viva, luminosa, piena di persone (giapponesi in gita) e di botteghe aperte. Questa zona è famosa per il denim giapponese, uno dei migliori al mondo e per i washi tape — nastri di carta decorati. Entriamo in ogni negozio, tocchiamo, osserviamo, compro delle tabi comodissime.
Un signore ci invita a salire verso il tempio. Lo facciamo. Ci inchiniamo, passiamo sotto il torii, osserviamo gli ema, le tavolette votive piene di desideri, e rimaniamo qualche minuto in silenzio.
Scendendo entriamo in una sakagura: fuori c’è la sfera di cedro che indica che il sakè è pronto. Assaggiamo, compriamo. Poi ci fermiamo per un caffè da una signora elegante, che ama i libri e i cani. Piccoli incontri che ti restano.
A pranzo entriamo in un ristorante minuscolo gestito da una coppia anziana. Lei tutta gobba e storta poraccia. Ordiniamo quello che mangiano i vicini. Li osserviamo incantati mentre preparano con gesti lenti, quasi rituali, i piatti. Arrivano una serie di piattini, tutti a base di tofu, ma ogni preparazione è diversa: consistenze, temperature, sapori. È incredibile quante sfumature possa avere un solo ingrediente (soprattutto un ingrediente così sottovalutato).
Li ringraziamo e lasciamo una calamita del rifugio. Loro ci guardano sorpresi e felici.
Continuiamo a girare senza meta, entriamo in una casa antica con un giardino meraviglioso, beviamo matcha in silenzio, come sospesi. Poi torniamo fuori, tra le viuzze.
A un certo punto vedo un baretto strano, molto vintage. Dico a Denny che dobbiamo entrare. Dentro sembra di essere negli anni ’70: perline, sedie di pelle marrone, oggetti ovunque, in sottofondo Chet Baker e puzza di fumo (si fuma dentro). Una signora anziana ci accoglie e ci presenta sua “figlia”: una gattina.
Restiamo lì, beviamo tè, mangiamo un gelato vaniglia e fagioli rossi azuki (preparati la mattina della signora stessa) chiacchieriamo. Il tempo si dilata.
A un certo punto Denny mi guarda e, ridendo, mi dice:
“Ecco, questa sarai tu tra qualche anno. Il tuo coffee shop, i tuoi gatti e tutte le tue stranezze.”
E forse ha anche ragione.
La sera ci ritroviamo con le sister in un’enoteca di vini naturali. Ci raccontiamo le nostre giornate, ridiamo, confrontiamo acquisti e avventure. Poi andiamo a cena e, come ormai succede sempre, mangiamo benissimo spendendo pochissimo.
Rientriamo in hotel.
Un altro bagno caldo.
E poi, finalmente, buonanotte.


























