Mercatini, kimono usati e una cena da sogno a Kyoto

Posted by in Giappone '15, Viaggio

Sveglia presto, chiudiamo la valigia e ci dirigiamo in stazione. Arriva il nostro shinkansen per Kyoto. A metà mattina siamo già lì. La stazione è incredibile, moderna e immensa, e decidiamo di salire fino allo Sky Garden, trasportati da 5 o 6 scale mobili ripidissime. Dall’alto Kyoto me l’aspettavo diversa: pensavo più storica, meno caotica. Invece, sorpresa — e non sarà l’unica della giornata. Lasciamo le valigie in hotel e scopriamo che, proprio oggi, appena fuori città, c’è un mercatino mensile locale. Ci buttiamo. Facciamo un po’ fatica con gli autobus (sempre quella sfida), ma alla fine troviamo la direzione giusta.

Arrivati, ci ritroviamo in un’atmosfera autentica: bancarelle di artigiani, borse fatte a mano, ninnoletti in legno, tè, dolcetti, chi fa massaggi. Pochi turisti, molti sorrisi. Facciamo qualche acquisto con gioia, felici di portare a casa qualcosa fatto con le mani e con il cuore. Finito il giro, ci dirigiamo nella zona di Gion, quella più esterna e residenziale. Scofaniamo un ramen denso in una piccola trattoria — pochi euro, tanto gusto — e proprio di fronte troviamo un piccolo negozio di kimono usati. Il paradiso. Pezzi unici, pieni di storia, seta e bellezza. Denny trova un happi coat, la giacca tradizionale che si indossa durante i matsuri (feste popolari). Io prendo un cappottino-kimono in seta nera, decorato, per pochissimi yen. Usciamo felici come bambini. Facciamo check-in: la nostra stanza è un buco di culo — lo diciamo? Lo diciamo. A stento ci stiamo in piedi entrambi. Il bagno? Una scatola delle Barbie ma non bello come quello delle Barbie. Facciamo finta di essere in campeggio, doccetta e via, pronti per una serata speciale.

Indosso il mio nuovo cappottino e, salendo sull’autobus, infilo la mano in una tasca profonda. Ci trovo un vecchio biglietto della fortuna, ingiallito. L’ho tradotto: dice che porterà grande fortuna se si saprà attendere.

Chissà da quanto era lì.

Mi piace immaginare una signora giapponese, tanti anni fa, che lo teneva nella tasca dopo averlo ricevuto, magari, in un momento importante della sua vita.Lo terrò con me, come un piccolo amuleto gentile. Abbiamo ancora un po’ di tempo prima della cena, così passeggiamo lungo la bellissima Via del Filosofo (Tetsugaku no michi): un sentiero che costeggia un canale, fiancheggiato da ciliegi, casette eleganti e botteghe artigiane. È uno di quei posti che ti calmano subito. Silenzio, verde, acqua, bellezza.

Poi arriva il momento. Entriamo da Sojiki Nakahigashi, ristorante stellato piccolissimo (due stelle più la verde) famoso per la sua cucina kaiseki stagionale, poetica, delicata. Lo chef ci accoglie con la sua giacca bianca e l’immancabile cravatta. Lo sognavamo da mesi. E non ha deluso. Portata dopo portata, abbiamo mangiato la primavera. Dal lago alla montagna, dal prato al bosco.

Tutto raccontato nel piatto.

Noi ci siamo scofanati tutto con entusiasmo, al contrario dell’unica altra coppia di occidentali che ha lasciato tutto lì (quanta tristezza). Facciamo chiusura. La moglie dello chef ci saluta e, quando scopre che siamo italiani, ci racconta che il figlio ha studiato cucina in Toscana. Chiediamo l’autografo sul menù, e lo chef tira fuori il suo pennello per firmare con eleganza. Daniele gli porge il suo bigliettino, e solo allora scoprono che è anche lui uno chef: si illuminano, ci ringraziano con 100 inchini, felici e sorridenti. Torniamo lentamente in hotel, attraversando le strade di Kyoto di sera.

La città ci accompagna piano verso la fine della giornata.

E noi, stanchi e sorridenti, ci abbandoniamo al sonno con il cuore pieno.

Mercatino

Angoli di Kyoto

Kyoto

Around Kyoto

Gion

L’eleganza dei ragazzi di Kyoto

Kyoto

Il biglietto ritrovato

Scale mobili infinite in stazione

Selfone

La via del filosofo

Case strane e belle

L’entrata del locale

La bellezza

El vez

Uno dei piatti

Il menù autografato