La strada, il tempo e un altro Giappone
Sveglia presto, colazione in ryokan. Salutiamo tutti. Salutiamo Kinosaki. Ci guardiamo e, senza dirlo troppo ad alta voce, ci chiediamo se torneremo mai qui. Anche se, a dire la verità, io e Denny una casa l’abbiamo già individuata. Di quelle perfette da trasformare in ristorante-casa. Quindi forse la risposta la sappiamo già.
Partiamo. Oggi è il giorno più lungo in macchina. Fuori piove, il cielo è chiuso, ma dentro l’atmosfera è morbida. Io scrivo, la musica scorre, ogni tanto qualcuno racconta qualcosa, ogni tanto stiamo in silenzio. Ci fermiamo qualche volta negli autogrill, giusto il tempo di sgranchirci, prendere un caffè, guardarci intorno. La cosa più bella dei viaggi lunghi in macchina non è solo il paesaggio che cambia, anche se quello ha sempre il suo fascino. È quello che succede dentro. Hai tempo. Tempo per parlare, per raccontarti, per ascoltare gli altri senza fretta. E ti accorgi che, senza volerlo, inizi a conoscerti meglio.
Siamo partiti da una settimana e, guardandoci, ci rendiamo conto che sta andando tutto bene. Non è scontato. Viaggiare insieme, condividere spazi, ritmi, stanchezza… può essere complicato. Invece no. Le sister sono delle compagne di viaggio perfette. Si adattano a tutto, con leggerezza. E questo cambia completamente il viaggio. Siamo fortunati.
Stiamo andando in direzione Magome, uno di quei posti che avevo segnato da tempo nell wishlist. Un antico villaggio lungo la Nakasendo, la vecchia strada che collegava Kyoto a Edo, l’attuale Tokyo, percorsa per secoli da samurai, mercanti e viaggiatori. Siamo nel cuore delle Alpi giapponesi, tra montagne e boschi, e sento già che l’atmosfera cambierà ancora. Ma prima facciamo una piccola deviazione. Un posto che avevo visto sul libro della Pina e che mi aveva incuriosito subito. Non sono nemmeno sicura che sia la stagione giusta per vederlo davvero come meriterebbe… ma proprio per questo voglio andarci.
Arriviamo al laghetto proprio mentre il cielo si apre e finalmente esce un sole caldo. Non è la stagione migliore per vederlo, i colori non sono ancora così vividi, ma basta uno sguardo per capire tutta la sua bellezza e perché lo chiamano Monet’s Pond. Fiori di loto che iniziano a spuntare, l’acqua con riflessi smeraldini, e dentro carpe dai colori incredibili che sembrano quasi dipinte. C’è qualcosa di ipnotico, di delicato, come se fosse davvero un quadro. E intorno, qua e là, iniziano a comparire i primi alberi in fiore — probabilmente pruni, magari qualche ciliegio in anticipo. Segni timidi che la primavera sta arrivando. È piccolo, molto più di quanto immaginassi. Nel giro di dieci minuti abbiamo già fatto il giro. E siamo di nuovo in macchina.
Dopo qualche ora di viaggio, ormai nel tardo pomeriggio, arriviamo a Magome. E appena scendiamo capiamo subito che è uno di quei posti speciali. Un paesino fiabesco, antico, delicato. L’acqua scorre tra le case di legno, lungo piccoli canali che accompagnano la via principale, quella che un tempo era la strada della Nakasendo.
Tutto è rimasto incredibilmente intatto. Se per un attimo socchiudo gli occhi, mi sembra quasi di vedere i viandanti di un tempo, con le loro vesti leggere, i samurai con le katane e gli yamabushi, gli asceti di montagna, camminare lungo questo stesso sentiero. Il sole sta calando e gli ultimi raggi illuminano i tetti delle case, scaldando il legno e rendendo tutto ancora più accogliente. Camminiamo piano, senza fretta.
A un certo punto, lungo la via, troviamo un ragazzo che propone un piccolo workshop per costruire le bacchette. Non ci pensiamo nemmeno un secondo: entriamo. Usa legno di hinoki, il cipresso giapponese, famoso per il suo profumo intenso e resinoso. In pochi minuti realizziamo le nostre bacchette, concentrati come bambini. Usciamo felici, soddisfatti, e ci portiamo via anche i trucioli avanzati. Li infiliamo nello zaino, pensando che magari profumeranno le valigie… e chissà, anche l’armadio a casa.
C’è qualcosa in questo viaggio che mi sta entrando dentro in modo diverso. Più lento, più profondo, più silenzioso. Ed è esattamente il Giappone che speravo di trovare.
La sera ceniamo nella nostra guesthouse, che ha un’atmosfera che ci ricorda un po’ il rifugio (di Barbara). Accogliente, semplice, vera. La cena è squisita. Le persone ancora di più. Fuori è presto, ma il paese è già rientrato dentro le sue case. Le luci si abbassano, il silenzio torna a farsi sentire.
Saliamo in camera, tiriamo fuori i futon e ognuno conclude la giornata a modo suo. Chi scorre Instagram, chi aggiorna il diario, chi scrive, chi lavora.
Ognuno nel suo piccolo silenzio.
Domani ci aspetta un’altra avventura.








