Lasciando il Giappone lento, entrando nella vertiginosa Tokyo

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Sono nel mio futon, finalmente uno morbido. Cuscino spettacolare. Nel dubbio, comunque, mi metto i tappi dell’aereo. Questa volta si dorme. O almeno… così pensavo. A un certo punto mi sveglio di colpo.

Un russare: di quelli profondi di qualcuno che si gode una dormita storica.

E penso:

“Ok. Se siamo già a questo livello alle 23:48… non posso farcela tutta la notte”

Valuto seriamente di lanciarmi dalla finestra. Poi mi ricordo dei miei tappi storici. Li recupero dal beauty e li infilo nelle orecchie con una convinzione tale che credo siano arrivati direttamente al cervello. Il rumore si attenua. Non sparisce. Ma almeno diventa gestibile.

No, non vi dirò chi fosse. In qualche modo dormicchio. La mattina mi sposto nel futon di Denny per un abbraccio e lo vedo con i tappi anche lui , cosa rarissima, considerando che solitamente dorme anche sotto un bombardamento.Mi guarda e mi dice, distrutto: “Non ho dormito un cazzo.” E lì capisco che non ero l’unica ad aver combattuto la notte.

Serve un caffè. Subito.

Scendiamo e troviamo un localino bellissimo: un po’ vecchia tipografia, un po’ negozio di abiti giapponesi, un po’ caffetteria. Cemento e legno, musica rilassante, movimenti lenti del barista.

Un posto perfetto.

Ci sediamo, ci prendiamo il nostro caffè brewing e ci rimettiamo al mondo. Riprendiamo la macchina per l’ultima volta e andiamo a riconsegnarla. La salutiamo quasi con affetto, pensando che un po’ ci mancherà. Arriviamo in stazione con qualche ora di anticipo per il treno verso Tokyo. Nell’attesa, ovviamente, svaligiamo: parafarmacia, negozi di calzini… tutto quello che troviamo.

Poi ci spostiamo sul binario. Osserviamo il personale mentre pulisce il treno in pochi minuti, con una precisione quasi irreale. Girano i sedili nella direzione di marcia, sistemano tutto, e in un attimo è pronto. Saliamo.

Ci aspetta Tokyo: quella pazza, caotica, luminosa. E, cosa non da poco, un letto normale.