Ultimi giorni: cicatrici d’oro, tonno pazzo e un addio troppo veloce
Ultime 48 ore in Giappone. Siamo tornati a catapultarci nella metropoli di Osaka, dove le luci sono più forti, la folla più compatta e i suoni più invadenti. Abbiamo mangiato okonomiyaki bollente e appiccicoso, fatto shopping compulsivo in negozi minuscoli e sovraffollati, girovagato a caso, un po’ persi e un po’ divertiti. Un pranzo siamo finiti da Toyo Izakaya, che è diventato una specie di leggenda vivente dopo essere stato protagonista di “Street Food” su Netflix. Taglia il tonno a colpi di coltello come se stesse danzando su un palco rock, urla, ride, lancia fiamme e ti serve pesce crudo. Un tonno che non dimenticheremo mai, in un posto che non si può spiegare: va vissuto. Abbiamo fatto anche un corso di kintsugi, l’arte giapponese di riparare la ceramica con l’oro. Un’esperienza bellissima, meditativa, e molto più complessa di quanto pensassimo. Raccogliere i cocci, ricomporli e poi esaltarne le fratture. Un gesto che parla non solo agli oggetti, ma anche a noi stessi. Le rotture non si nascondono: si valorizzano. Anche quelle dell’anima. Siamo passati davanti a un tempio shintoista con una testa di drago gigante, una di quelle cose surreali che trovi solo in Giappone mentre stai andando, che ne so, a mangiare un gelato. Abbiamo mangiato l’ultimo ramen, che come sempre ci ha sistemato l’anima. E tra una corsa in metro e un vassoio al 7eleven abbiamo capito che, forse, Tokyo ci è piaciuta di più di Osaka. Abbiamo finalmente scoperto come si prepara bene il tè matcha a casa — con pazienza, acqua alla temperatura giusta e movimenti precisi. E ci siamo concessi anche una fetta della famosissima fluffy cake giapponese: a Denny è piaciuta tantissimo… io l’ho trovata tremenda. Troppo molle, troppo dolce, troppo niente. Ma anche questo fa parte del viaggio: le cose che ami e quelle che no. Poi abbiamo dormito. E quando ci siamo svegliati…eravamo in aeroporto.
Come se tutto fosse stato un piccolo sogno.
Intenso, poetico, buffo, pieno di luce e di silenzi. Felici di tornare dai nostri animaletti e amici, ma anche un po’ tristi di lasciare questo paese che ci ha dato tanto. E che forse abbiamo assaporato troppo poco.
Grazie Giappone. E grazie anche a voi, che ci avete letti fino a qui. Abbiamo scritto tutto di getto, sera dopo sera, con i piedi doloranti e il cuore pieno. Per non dimenticare. Per mettere in fila emozioni, facce, luci, profumi, sorprese e stranezze. Perché i viaggi si fanno anche per essere raccontati. E rivissuti, una parola alla volta. Se vi è venuta voglia di partire, anche solo con la testa, allora questo diario ha fatto il suo lavoro. Alla prossima avventura. Con più tè matcha e meno fluffy cake, promesso.
















