Tokyo day 2: coltelli, yukata e gatti robot
Dopo una bella dormita sul futon, ci svegliamo con un solo pensiero: caffè! Andiamo in un konbini, prendiamo un biscotto al tè matcha e due caffè tristemente annacquati. Usciamo per fare colazione al volo, ma ci rendiamo conto che in Giappone non si mangia per strada. Panico. Ci nascondiamo tra un vicoletto e l’altro per sgranocchiare il nostro bottino, sentendoci dei piccoli fuorilegge.
Una cosa fighissima del Giappone: ogni stazione di metro o treno ha un timbro diverso. E noi, ovviamente, abbiamo deciso di farne collezione. Quindi ogni stazione che vediamo… timbro! In una di queste ci ritroviamo con Mikasan, che oggi ci farà da guida per esplorare Tokyo. Camminiamo tra diversi quartieri fino al Tokyo Government Building, dove c’è un punto panoramico gratuito con una vista pazzesca sulla città. Già camminando l’avevamo notato, ma da quassù è ancora più chiaro: Tokyo è verdissima. Anche le case più piccole hanno qualche fiore, un bonsai, un angolino curato.
La città è pulitissima, ordinata, e incredibilmente silenziosa per essere una megalopoli: niente clacson, niente urla, solo ordine e armonia. Qui non ti viene proprio voglia di fare il disordinato. E sì, ai giapponesi piace fare la coda: fuori dai ristoranti, dai negozi, dai musei… ma sono incredibilmente rapidi. Nessuno spinge, nessuno si lamenta: la fila scorre liscia come un treno in orario.
Ci godiamo la vista dall’alto, ascoltiamo i racconti di Mika sulla sua vita qui, poi ci spostiamo verso Asakusa, dove facciamo un po’ di shopping mirato. Con Mika andiamo a colpo sicuro: tutto originale, niente trappole per turisti. Prima tappa incredibile: una minuscola bottega di coltelli aperta da 150 anni. Denny prende un coltello da pesce, che ci viene affilato dal maestro lì per lì, in una vasca d’acqua interna al negozio. Lo guardiamo lavorare in silenzio, con la lama che scivola sui suoi stessi capelli per testarne il filo.
Siamo ipnotizzati.
Poi entriamo in un negozio di yukata (kimono leggero in cotone, usato d’estate o per stare in casa). Due signori gentilissimi me ne mostrano alcuni e mi spiegano come si indossano. È amore a prima vista.
I nostri portafogli ringraziano!
Tappa successiva: il tempio buddhista Senso-ji, affollatissimo. Ci viene un po’ di affanno, quindi facciamo il minimo sindacale: fumo dell’incensiere sulla testa, monetina lanciata, desiderio espresso e via. Ci dirigiamo verso Kappabashi, il quartiere dei casalinghi e dei coltelli…
…ma anche dei piatti finti da esposizione, quelli super realistici che mettono fuori dai ristoranti. Mi fanno morire dal ridere. Costano pure un fottio, ma non so perché… ti viene voglia di comprarli e portarli a casa. A un certo punto Mika si ferma di colpo: ha visto un’insegna. “Siete pronti per lo shabu-shabu?” Entriamo. Due brodi diversi per cuocere carne e verdure direttamente al tavolo. E a servirci? Gatti-robot. Sì, avete letto bene: dei camerieri con disegni di gatto ci portano i piatti.
Geniali.
Usciamo rotolando, strasazi e strafelici, e proseguiamo tra negozietti di ciotoline, bacchette e salsiere. Un paradiso per chi ama la cucina… e meno male che è domenica e molti negozi sono chiusi, altrimenti saremmo ancora lì dentro. Facciamo un salto a Ueno, ma la folla è troppa. Troppi turisti, troppa confusione, zero poesia. Decidiamo allora di chiudere in bellezza: aperitivo a Shibuya. Prima però tappa obbligata da Hachikō, il famoso cagnolino. Conosco la storia, ma mi rifiuto di vedere il film. Mi conosco: piangerei per giorni.
Mika ha voglia di uno spritz con Aperol – qui difficile da trovare – quindi dopo una serie di telefonate lo scova in un locale semi-italiano. Brindiamo insieme, ci salutiamo con la promessa di rivederci l’anno prossimo in Italia. Poi girovaghiamo per lo Shibuya Crossing. Ci guardiamo intorno, travolti da migliaia di persone, e ci rendiamo conto di quanto siamo piccolissimi in mezzo a tutta questa umanità. Torniamo a casa sfiniti, con gli occhi ancora pieni di colori, dettagli, storie e sorrisi.
Tokyo ci ha dato il benvenuto con gentilezza, ordine e stranezze meravigliose — e noi, già al secondo giorno, ci sentiamo un po’ a casa. Domani la sveglia suona presto: ci aspetta una di quelle cose che sognavamo da tempo. Ma ve lo raccontiamo nel prossimo episodio.












