Tokyo: tra folla, deviazioni e piccoli colpi di fortuna
Sveglia di nuovo prestino. Facciamo un salto ad Akihabara, il quartiere dell’elettronica e della cultura otaku, pieno di insegne, manga, videogiochi e stranezze. Peccato che di giorno sia completamente spenta. Non c’è nessuno. Tutto è chiuso. Sembra quasi un set vuoto. Capito subito che non ha senso stare lì, cambiamo piano. Direzione ciliegi in fiore. Siamo nei giorni di piena fioritura, quindi puntiamo su Ueno Park. Scendiamo dalla metro e… errore. Un fiume di gente. Io ero convinta che prima delle 9 fosse ancora tutto tranquillo. Illusa.
Il parco è enorme, quindi ci dividiamo e ci diamo un punto di ritrovo. Andiamo subito verso il viale dei ciliegi. Belli, bellissimi… ma è tutto organizzato a corsie, con reti ovunque per non avvicinarsi, flussi di persone che vanno su e giù. Troppo caos. Passiamo veloci e deviamo verso il lago. Prima però ci imbattiamo in un mercatino vintage e ovviamente ci fiondiamo dentro. I prezzi… beh, diciamo che sanno benissimo come sfruttare la massa di turisti. Però ci sono cose carine. Arriviamo al lago: acqua marroncina, pedalò a forma di cigno. Sembra di essere negli anni ’80. Un po’ kitsch, ma, non so perché, ma ha il suo fascino.
A questo punto abbiamo bisogno di un caffè.Torniamo dall’altra parte del parco, fila infinita… ma riusciamo a bere qualcosa che assomiglia quasi a un espresso. Miracolo. È ora di pranzo, quindi metro e via verso Koenji. Una zona che mi affascina tantissimo. Ci siamo stati di corsa l’anno scorso, sotto la pioggia, e abbiamo mangiato uno dei ramen più buoni di sempre. Dovevamo tornarci. Facciamo un po’ di fila, entriamo… e non delude. Marito e moglie perennemente incazzati, ma ramen pazzesco.
Ne mangiamo uno a testa. E anche quello di Barbara, perché il brodo è di pesce. Soddisfatti è dire poco. Giro per le vie di Koenji, tra negozietti vintage e piccoli locali. Comprerei qualsiasi cosa, ma mi trattengo. Più o meno.
Perché alla fine cedo: un cappottino (da interno trench) leggero in lana Burberry, originale, 6 euro. SEI. (Ok, ho poi capito che è un pezzo da attaccare a un trench… ma dettagli.) A quel prezzo non potevo lasciarlo lì. Ho già deciso che lo trasformerò in un gilet lungo. Due modifiche e via.
Ripartiamo.
Direzione Kappabashi, la famosa “via della cucina”, piena di negozi per ristoratori. Qui si trovano anche i famosi piatti finti esposti fuori dai ristoranti — i sampuru, repliche iper realistiche del cibo. Le sister restano a bocca aperta, soprattutto per i prezzi. Ma gli faccio notare che ogni pezzo è fatto a mano, uno diverso dall’altro.Ed è vero: sono piccole opere d’arte.
Pausa caffè vegan veloce e poi via a piedi lungo la via dello shopping fino ad Asakusa. Mentre siamo lì a curiosare tra alcune borse, vediamo zia Paola correre via. È arrivata Rachele, sua figlia, con il moroso. Anche loro in Giappone da un po’, e stanno per ripartire. Ci salutiamo, ci raccontiamo le nostre avventure, ridiamo.
Poi le sister vanno con loro a fare un giro e a cena.
E noi?
Finalmente.
Sushi.
Ci infiliamo in un posto vecchio stile, con il nastro che gira. Sushi fenomenale. Tonno assurdo.Prendiamo tutto quello che passa. Assaggiamo senza pensarci. Siamo felici.
Dopo cena facciamo un salto a Ikebukuro, zona che non avevamo mai visto. Sempre molto anime, ma con un’energia diversa, più “femminile”. Carina, ma siamo distrutti. I piedi fanno male, la stanchezza si sente tutta.
Torniamo a casa.
Domani ci aspetta un’altra gita.















