Nono giorno: diecimila torii, troppa gente e un po’ di disillusione

Posted by in Giappone '15, Viaggio

Praticamente non ho dormito e mi sveglio con due katana piantate nella schiena. Colpa, probabilmente, del materasso sfondato che ci ritroviamo. Sveglia presto nella speranza di evitare un po’ di folla (spoiler: non servirà). Destinazione: Fushimi Inari Taisha, il famoso santuario con i torii rossi (il rosso in Giappone è molto presente; in quanto colore delle energie positive. Porta bene). Si tratta di un complesso shintoista dedicato al dio del riso, Inari, ed è celebre per il sentiero di 4 km che attraversa circa 10.000 torii rossi, fino alla cima del Monte Inari. Alle 8 siamo lì (abbiamo avuto un po’ di difficoltà con gli autobus), ma c’è una quantità di gente che per me e Denny supera la soglia di sopportazione. Però siamo qui. E forse non torneremo più. Quindi stringiamo i denti e decidiamo di fare tutto il percorso. Gli scalini? Chiamiamoli scalini dissestati, spaccapolpacci, che ti fanno rimpiangere di non aver fatto stretching. Mi hanno ricordato quelli dell’Adam’s Peak in Sri Lanka, solo che qui invece delle campane in cima ci sono migliaia di mini torii rossi in segno di preghiera. Per fortuna, più si sale, meno gente c’è — e finalmente in alcuni tratti riusciamo a goderci la magia. È un paesaggio incredibile: il rosso brillante dei torii che si snoda tra il verde selvaggio, come un serpente mistico che taglia la montagna. Alcuni torii sono enormi, e ci chiediamo come sia stato possibile costruirli, così in alto, così tanti. (Le macchinette automatiche sono anche quassù eh. Assurdo)

Lungo la discesa ci fermiamo a fare due coccole ai gatti dei templi sparsi lungo il cammino. Una carezza salva sempre un po’ la giornata. Siamo stanchi — io in particolare, senza un’ora di sonno — ma proviamo comunque a fare un salto al mercato Nishiki. Errore. Folla assurda, caldo, bancarelle che sembrano acchiappaturisti. Facciamo il giro di corsa, spazientiti. Ci infiliamo in un localino per mangiare un po’ di pollo e recuperare energie, ma la strategia fallisce: siamo nervosi, devastati. Torniamo in hotel per un’oretta di sonno.

Ci voleva.

Nel pomeriggio ci spostiamo verso un’altra zona famosissima: Higashiyama, quartiere storico ai piedi delle colline di Kyoto. Qui si trovano antiche case in legno, botteghe tradizionali e templi spettacolari, tra cui Kiyomizu-dera, uno dei templi più famosi di Kyoto. Ma non lo visitiamo: siamo arrivati tardi, ma soprattutto c’era davvero troppa gente. Solo l’idea di fare la fila, spalla a spalla con decine di turisti, ci ha fatto desistere. Sono le 17 e… voi non avete idea della fiumana di gente.

Io non ce la posso fare. Seguiamo comunque le viuzze strette, col solito pensiero: magari non torno più. Il posto è bellissimo, certo, ma non riusciamo a vederlo davvero. Schiacciati dalla folla, stanchi, irritati, incapaci di goderci la sua bellezza. Proviamo a spostarci nella zona di Gion, il quartiere tradizionale delle geishe, famoso per i suoi ochaya (case da tè), lanterne rosse e atmosfera sospesa. Vogliamo vederla illuminata di sera. Ma c’è ancora gente ovunque. Entriamo in un ristorante che promette bene: bisogna togliersi le scarpe, l’ambiente è tipico. Ma anche qui… acchiappaturisti camuffato bene. Abbiamo mangiato bene, sia chiaro — sembra impossibile mangiare male in Giappone — ma non era quel cibo autentico, “di cuore”, che cercavamo. La giornata si chiude con mal di schiena, vesciche ai piedi, 16 km macinati, e una sensazione strana. Come se Kyoto ci stesse sfuggendo. Come se non fossimo riusciti a coglierla fino in fondo. Forse è solo stanchezza.

O forse, più semplicemente, troppa gente.

Ingresso al tempio di Fushimi Inari Taisha

Fushimi Inari Taisha

Fushimi Inari Taisha

Piccola foresta di bamboo accanto a Fushimi Inari Taisha che pochi conoscono

Fushimi Inari Taisha

Fushimi Inari Taisha

Fushimi Inari Taisha

Fushimi Inari Taisha

Fushimi Inari Taisha

Farfalla giga

Carpe koi

Kyoto

Albero in terrazza