Day 10: tofu bollente, scimmie zen e selfie isterici tra i bambù
Ci svegliamo (dormito meglio ma il letto comunque è sfondato. Rimpiango il futon) con più calma: tanto ormai l’abbiamo capito, a qualsiasi ora c’è comunque troppa gente. Prendiamo un autobus e andiamo verso Arashiyama, una delle zone più amate (e affollate) di Kyoto. La prima tappa è dedicata ai macachi giapponesi del monte Iwatayama. Vivono liberi, ma c’è un percorso ben definito per poterli osservare in sicurezza. Prime scimmie per Denny, mentre io sono un po’ meno entusiasta: sono stata semi aggredita da una scimmia in India vent’anni fa, e non l’ho mai davvero superata. Saliamo fino in cima alla montagna e… ci sembra un po’ di essere a casa: i macachi dormono a pancia in su come i nostri gatti, una cammina come Morgana. Sono tranquilli, e i guardiani vigilano attenti. Ci divertiamo a osservarli, e mentre scendiamo le vediamo saltare tra le cime degli alberi in lontananza. Uno spettacolo.
Un caffè in zona stazione ci rimette in piedi. Lì vicino c’è un piccolo percorso decorato con cilindri illuminati contenenti stoffe di kimono: chissà che belli saranno di sera. Passeggiamo un po’ in zona, dove intanto continuano ad accalcarsi turisti. Abbiamo fame e sappiamo che qui c’è un ristorante specializzato in tofu. Non possiamo non provarlo.
Nel frattempo ci imbattiamo in un piccolo giardino popolato da strane statue, con espressioni buffe, sorridenti, a volte quasi ironiche. Sono i 500 Rakan, i discepoli del Buddha che hanno raggiunto l’illuminazione. Ognuno è scolpito in modo diverso, in pose quotidiane, reali, quasi comiche. Qualcuno con il cappello, uno con lo sguardo furbo, uno che sembra l’amico anziano del quartiere. Ci fanno sorridere. È un luogo fuori dal tempo, silenzioso, e vagamente surreale. Poi entriamo in un giardino curato e silenzioso con un ruscello e carpe koi che nuotano lente. È il giardino del ristorante. Un’oasi di pace. Togliamo le scarpe, ci accomodiamo sui tatami e inizia il viaggio nel gusto. Ci portano il tofu fresco da cuocere nel fornello incastrato nel tavolo, accompagnato da tanti piattini pieni di cose delicate e saporite. Poi ci propongono il piatto del giorno: diciamo sì, anche se non capiamo bene il loro inglese. La regola è: se c’è un piatto del giorno, è fresco e speciale. Bisogna fidarsi. Arriva: riso con yuba, ovvero la pellicola che si forma quando si fa bollire il latte di soia. Una specie di sfoglia sottile, setosa e saporita. Lo volevamo assaggiare da giorni: non ci delude. Il tofu è incredibile, quasi come quello che fa Denny (quasi!). Rifocillati e rilassati, ci prepariamo al peggio: la famosissima foresta di bambù. Sapete già cosa ci aspetta, vero? Diciamolo insieme: ammasso di turisti! Entriamo nel sentiero e ci fermiamo subito a lato, a osservare il bambù crescere: dal germoglio (che al mercato vendono da mangiare) fino alla pianta adulta. Nel frattempo intorno a noi la follia. Gente che urla, si litiga lo spazio per farsi selfie, passa davanti agli altri infastidita… E nel mezzo, nessuno che guarda davvero il paesaggio. Mettiamo il turbo e tiriamo dritti. Alla fine del percorso si apre un parco, e da lì si può salire su una collinetta con vista fiume. Ci sediamo su una panchina, respiriamo. Pochissima gente. Finalmente. Fantastichiamo su come sarebbe vivere in una baita giapponese in mezzo alla foresta. Si sta davvero bene. Scendiamo lungo il fiume, ancora un po’ sognanti dalla pace trovata in cima. E proprio mentre ci incamminiamo, incrociamo un signore giapponese con un gufo appollaiato sul cappello. Sì, un gufo vero, tranquillo, fiero, che lo accompagna come fosse la cosa più naturale del mondo. Lui gli parla con dolcezza, e il gufo sembra ascoltarlo davvero. Uno dei miei animali preferiti. Sembrava un sogno, una di quelle visioni che ti capitano solo quando viaggi con gli occhi spalancati. Torniamo verso la stazione con il cuore pieno. Passiamo in hotel a lasciare la fotocamera e ad alleggerirci la schiena e poi via per l’ultimo giro in città, alla ricerca di qualcosa da portarci a casa. Facciamo qualche acquisto e, con le gambe stanche, ci infiliamo in una izakaya. Ordiniamo un ramen caldo (che sistema sempre l’animo) e gyoza giganteschi. I più buoni della nostra vita. Porzione tripla ciascuno. Usciamo felici e pieni, passeggiamo ancora un po’, mentre Denny va a caccia di bolidi giapponesi modificati. Poi casa. Domani si riparte. Arrivederci Kyoto. Mi hai lasciato l’amaro in bocca, ma anche qualche bel momento. Chissà se un giorno torneremo.
























