Benvenuti in Giappone (dove anche i bagagli sono zen)
Iniziamo subito con un problema in aeroporto: al check-in scopriamo che a Osaka dobbiamo ritirare i bagagli, passare la dogana, uscire, rifare il check-in, rifare i controlli… e forse partire per Tokyo. Il tutto con un’ora di tempo.
IMPOZZIBILE.
Chiamo subito l’assistenza Amex, con cui ho prenotato i voli, che si prende a carico il problema e mi dice che mi richiameranno quando saremo a Monaco. Alla fine ci spiegano che in Giappone funziona così con i voli interni: bisogna per forza ritirare i bagagli e rifare i check-in.
Il volo per Osaka è tutto sommato tranquillo, anche se non siamo riusciti a dormire. Appena si aprono i portoni usciamo un po’ preoccupati per le corse da fare ma… quali corse?
Subito una signorina giapponese ci aspetta appena mettiamo piede a terra, con un cartello con i nostri nomi. Ci accompagna ai controlli doganali facendoci passare davanti a tutti.
Andiamo a ritirare i bagagli, che arrivano in un nanosecondo, e già qui ci siamo innamorati del Giappone: un omino, tutto composto, mette in ordine maniacale le valigie sul nastro, tutte equidistanti e con la maniglia pronta per essere raccolta!
Arrivano le nostre, procediamo.
Ve la faccio breve: non ci avremo messo più di 10 minuti a fare tutto, anche i controlli. Qui sono tutti ordinatissimi e soprattutto organizzatissimi.
Al gate abbiamo pure dovuto aspettare mezz’ora. Io non ci credevo. Viaggio da una vita, e mai mi era successo.
Saliamo sull’aereo per Tokyo e, dal finestrino, vediamo gli omini che dalla pista ci salutano tutti in fila (secondo innamoramento: non sono riuscita a fare il video ma cercherò di farlo al ritorno, perché è una cosa che non si crede se non si vede).
Durante il breve volo sorvoliamo il monte Fuji, con tutta la sua unicità. Usciti velocemente dall’aeroporto, ci aspettava lei: l’unica e mitica Mikasan. Mika è una signora giapponese sposata con un “Pagot”, quindi ha vissuto una vita in Alpago, ma ora è tornata in Giappone per qualche anno. Siamo un po’ storditi, ma per fortuna Mika ci aiuta e ci porta subito al nostro appartamento a Shinjuku, spiegandoci anche come funziona la metro. Ci salutiamo e ci accordiamo per vederci l’indomani per una gita a Tokyo con lei.
Il nostro appartamento è un classico monolocale con sala tatami e futon, una micro stanza con il washlet (il classico water giapponese, di cui non siamo sorpresi perché ce l’abbiamo a casa da anni e me ne vanto), e una micro doccia. Tutto quello che ci serve per stare a Tokyo. Usciamo subito, perché come sempre abbiamo un leggero languorino. Il primo posto che troviamo per caso è uno di quelli dove compri alla macchinetta i soba, poi te li preparano.
Spettacolo. Usciamo ed entriamo in quello successivo solo per mangiare dei gyoza. Vista la zona, ci facciamo un giro a Shinjuku per vedere il gatto sul grattacielo e tutto ciò che c’è di famoso lì. Tornando verso casa finiamo in queste viette microscopiche piene di micro locali (ma micro per davvero: faranno 10 mq se va bene, dove ci stanno 5-6 persone). Non sappiamo quale scegliere. Troppi turisti… e come sempre la cosa ci dà noia. Finché appare lei: una nonnina tutta vestita di nero che si mette a pulire la porta d’ingresso. Nessuna luce, nessuna finestra, nessuna insegna, nessuna scritta, tantomeno in inglese. Qualcosa mi dice che dobbiamo entrare lì. Le chiedo in giapponese se è aperto. Ci guarda stupita che parliamo la sua lingua e ci dice che non è aperto, ma che possiamo entrare.
Si apre un mondo incredibile.
Arazzi appesi, jazz ovunque, un micro banco con 4 posti e qualche ritaglio di giornale con articoli su di lei da giovane. Ordiniamo due birre, ascoltiamo jazz, lei si prepara un sochu e si accende una sigaretta. Tutto surreale e bellissimo. Sempre in giapponese, le chiedo se quella dei giornali è lei. Ci risponde di sì e, con un inglese un po’ stentato, ci racconta che era una cantante, quando studiava in Russia. Ci chiede se vogliamo ascoltare una sua canzone. Assolutamente sì. In silenzio, un po’ commossi, un po’ rapiti da quell’atmosfera, ascoltiamo la sua magnifica voce. Parliamo cercando di capirci per qualche ora. Perdiamo la cognizione del tempo. Entra solo un giapponese, stuzzichiamo qualcosa, parliamo anche con lui… Poi, sfiniti, decidiamo di andarcene verso casa.
Incredibilmente felici di questa conoscenza inaspettata e meravigliosa.






