Maneki-neko, wagyu da urlo e izakaya segrete: il nostro terzo giorno a Tokyo
Ci svegliamo riposati e pronti per una nuova avventura: un corso di cucina a Tokyo dal titolo promettente: “Wagyu and 7 Japanese dishes”. Siamo noi due e un gruppo di americani, tra cui due bambini. Le ragazze che ci accolgono sono gentilissime e ci spiegano la base della cucina giapponese: il dashi. Ci fanno toccare e annusare tutti gli ingredienti, prepariamo questo brodo super saporito e davvero buonissimo. Ci insegnano tre antipasti tipici, poi il piatto principale: una hot pot di wagyu (mondiale). E infine il dolce: dorayaki con fagioli di soia.
Le tre ore volano. Ci colpisce l’attenzione che danno all’ordine, alla pulizia e alla presentazione: ogni piatto dev’essere bello da vedere, non solo buono da mangiare. Finita la lezione… ci scofaniamo tutto in tre secondi (tutto buonissimo, ovviamente).
Fuori splende il sole e stiamo bene, quindi decidiamo di fare una gita fuori porta verso Gotokuji, dove si trova un tempio speciale: è famoso per le centinaia di statuette del maneki-neko, il gatto con la zampa alzata che porta fortuna. Sono di tutte le dimensioni, lasciate lì da persone che hanno espresso un desiderio. E noi chi siamo per non farlo? Abbiamo preso una micro-statuina, insieme abbiamo espresso un desiderio, e l’abbiamo lasciata lì. Il quartiere è una chicca per gli amanti dei gatti: trovi richiami felini ovunque, persino sulle maniglie per tenersi all’interno del treno.
Ormai è pomeriggio inoltrato, torniamo verso il centro. Una cosa che non mi era mai successa — nemmeno a New York — è che il tempo qui scivola via velocissimo, ma alla fine riesci a fare pochissime cose. Le distanze sono infinite, anche tra cose che sulla mappa sembrano vicine. E pure usando i mezzi pubblici si perde un sacco di tempo. Alla fine camminiamo sempre sui 15.000 passi al giorno, ma senza riuscire davvero ad esplorare per bene una zona intera. Tokyo è così: ti assorbe piano piano, e ti rendi conto che una vita non basterebbe per vederla tutta.
Decido allora che voglio vedere uno dei bagni pubblici del film Perfect Days (visto anche il mio amore per design e architettura). Ne troviamo uno colorato, quello che si oscura quando chiudi la porta. Peccato che in quel momento il sole batteva in pieno e le pareti erano già opache. Poco male: sono comunque bellissimi da vedere. E, come sempre… puliti da far paura. Facciamo un giro nel parco, tra aceri e roseti, passiamo anche nel “parco dei canetti” e poi ci dirigiamo verso un altro bagno pubblico del film (sembrano dei funghetti), vicino a un giardinetto con tempio, lo stesso dove il protagonista va a mangiare ogni giorno. Rivediamo anche le chiome d’albero che lui fotografa. (Guardatevi quel film, davvero.) Passeggiando capiamo che tante zone di Tokyo sono fuori dai radar turistici eppure bellissime: alcune super di design, altre piene di atmosfera vintage.
È sera, e visto che l’altro giorno non siamo riusciti a vivere davvero il tempio Senso-ji, decidiamo di tornarci ora, che c’è meno gente. Nei dintorni i negozi stanno per chiudere, Denny ne approfitta per prendere un altro coltello. Mentre ce lo affilano, la signora del negozio ci offre del tè. Io ne approfitto per chiederle se conosce una izakaya non turistica.
Lei si illumina, tira fuori una mappa tutta scritta in giapponese, prende l’evidenziatore e ci segna tre posti. Uno in particolare mi ispira. Mi dice che è al secondo piano. Salutiamo e ringraziamo, e loro ci ringraziano tipo duecento volte (come dice Denny: una delle cose belle qui è che ti trattano sempre come se fossi il loro miglior cliente del giorno — che sia vero o meno, ti sorridono e ti ringraziano di cuore).
Cerchiamo di orientarci con la mappa e dopo un po’ troviamo una scaletta ripida, senza insegne né scritte. Sarà qui? Boh, proviamo. Saliamo.
Una signora ci apre la porta, e da dietro al bancone spunta uno chef cicciotto con un sorrisone che ci dice: “Entrate! C’è posto!”. Il locale è minuscolo: un bancone e tre tavolini. Zero turisti. Ottimo segno. Ci portano un menù in giapponese. Indichiamo cose a caso. Arrivano: sashimi, tempura, sakè, wagyu e altro ancora. Un pesce così non l’avevamo mai mangiato. La qualità è altissima, tutto si scioglie in bocca. Sazi e felici usciamo. Ma lo chef non si ferma lì: anche se eravamo ormai in fondo alle scale, spunta di nuovo solo con la testa dalla porta per ringraziarci ancora una volta, con la sua voce buffa e l’entusiasmo contagioso. Ci lascia con il sorriso stampato in faccia.
Facciamo un’ultima visita al tempio Senso-ji, che praticamente non chiude mai. Con le luci della sera è magico, poetico. Peschiamo un biglietto della fortuna (omikuji), lo leggiamo e — come si fa se è negativo — lo appendiamo. È tardissimo. Siamo sfiniti. E dobbiamo correre a casa perché Denny ha deciso che domattina ci si sveglia prima dell’alba… per una cosa speciale.






















